Durante questo pellegrinaggio ho ricevuto tanto. Così tanto che ho sentito il bisogno di restituire, o almeno di trasmettere qualcosa a mia volta.
A fine di questa esperienza, ho deciso di fermami presso Nojima House, gestita da Tanniguchi, un signore giapponese sui 70 anni.
Aspetta…aspetta…
Lasciami raccontare la storia dall’ inizio. Stavo proseguendo lungo il sentiero nei pressi del tempio numero sessanta, a quel punto del cammino devo ammettere che ero parecchio stanca sia fisicamente che mentalmente.Le vesciche non mi davano tregua e iniziavo a sentire una solitudine profonda, mai provata prima. Il popolo giapponese è di una gentilezza estrema, ma la barriera linguistica è altrettanto forte. Camminavo spesso da sola per molte ore, per giorni interi. Quando arrivavo dove avevo prenotato per dormire, spesso ero l’unica ospite.
Devo dire che questo mi ha messo a dura prova.
Essere capaci di stare da soli è un processo lungo e anche un po’ doloroso a volte,ma necessario per conoscersi davvero. Eppure, nella nostra società questo fatto è particolarmente sottovalutato o addirittura evitato.Siamo sempre circondati da stimoli esterni, il cellulare in primis. Non siamo più abituati a fermarci, a osservare cosa ci circonda, ma soprattutto cosa succede dentro di noi: le emozioni, il respiro, i pensieri. E così, quando ne abbiamo l’occasione, ne abbiamo paura.
Ma perché fa così paura conoscersi?
Forse per non dover ammettere errori, fallimenti, ferite. Ma è proprio da lì che si cresce. È mettendosi in discussione che si cambia, si evolve.
Riflessione profonda a parte, il destino, l’universo, Dio, il caso, la fortuna o chissà cosa mi ha fatto incontrare il signor Tanniguchi.Stavo camminando quando lui mi ha vista e mi ha fermata, intuendo che fossi una pellegrina. Mi ha invitata a fermarmi presso la sua casa, che ospita pellegrini in cambio di una donazione.
Ecco qua, la mia prima reazione è stata di diffidenza, ero anche un po’ inquietata dal fatto che un uomo,che non avevo mai visto prima,mi avesse appena invitata a casa sua. Lui probabilmente si accorge della mia esitazione, così mi mostra foto e immagini di altri viaggiatori che si sono fermati lì e mi fa vedere(con orgoglio) la sua pagina Facebook dove condivide questi momenti.
Alla fine ho deciso di fidarmi e sono rimasta per due notti. Ho poi scoperto che lui vive in un altro appartamento e usa questa casa solo per accogliere i pellegrini.La sua gentilezza è stata disarmante. Ci ha accompagnate (nel frattempo si era unita anche un’altra pellegrina) in auto al tempio successivo, capendo quanto fossimo entrambe provate. Ci ha aiutato a prenotare gli alloggi dei giorni successivi, un compito difficile senza conoscere la lingua.
La sua gentilezza è qualcosa di vero e naturale che non cerca una ricompensa economica o morale, è pura.
Ho deciso quindi,a pellegrinaggio completato di tornarci per fare volontariato.
Chiacchierando una sera gli ho proposto uno scambio: una stanza per me e in cambio lo avrei aiutato con le faccende domestiche e sarei stata d’aiuto anche a sua moglie che si occupa della manutenzione di un tempio poco distante.
È iniziata così la mia esperienza di volontariato presso Nojima House, per due settimane abbiamo accolto e supportato tutti i pellegrini che sono capitati lì. Persone di qualsiasi nazionalità, sesso ed età, senza alcuna distinzione. Davanti ad un buon pasto serale e del the verde (anche qualche birra) ci siamo scambiati idee e opinioni su argomenti profondi e non, eventi accaduti durante il cammino o cosa ci ha portati a scoprirlo. Sono nati così tanti sorrisi e a volte anche qualche lacrima.
E tu,hai mai provato a fare un’ esperienza di volontariato? Cosa ti frena?
Se ti fermassi davvero ad ascoltarti, cosa scopriresti di te che non sapevi?
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